
La pratica clinica sul trauma in età evolutiva: tra difficoltà e sfide
Negli ultimi anni la letteratura sulla psicoterapia in età evolutiva, in generale, e sull’utilizzo dell’EMDR, in particolare, si è concentrata soprattutto sugli studi di efficacia nel ridurre i sintomi post-traumatici. Meno sviluppata, invece, è la ricerca che ha esplorato l’esperienza e la testimonianza diretta dei terapeuti. Eppure, lavorare clinicamente con bambini e adolescenti esposti a esperienze traumatiche investe anche il terapeuta, il suo assetto interno, il suo senso di efficacia, la sua tolleranza all’incertezza, le sue modalità di stare in relazione, il suo sistema di significati. Nei trattamenti trauma-focused, i clinici possono essere esposti a vissuti di stress secondario, sovraccarico emotivo, burnout e trasformazioni profonde del proprio modo di sentire il lavoro e il mondo relazionale.
Alcuni studi recenti (Azócar et al., 2024; Rodríguez et al., 2026) hanno raccolto in forma qualitativa il punto di vista dei terapeuti impegnati nel lavoro con bambini traumatizzati, evidenziando come questo ambito clinico venga percepito come particolarmente complesso e sfidante, soprattutto nel lavoro con i bambini più piccoli. In particolare, quando il lavoro riguarda bambini e adolescenti vittime di abuso sessuale, emergono tre aree particolarmente sensibili.
La prima riguarda il rapporto con il minore e con la sua famiglia: i terapeuti descrivono come la possibilità di costruire un legame autentico, la percezione delle risorse del bambino o dell’adolescente, e l’esperienza di poter lavorare in una relazione sufficientemente collaborativa costituiscano fattori facilitanti e di sollievo. Al contrario, la fatica aumenta quando i caregiver appaiono poco protettivi, scarsamente empatici o non in grado di mettere al centro i bisogni evolutivi del figlio. In questi casi il terapeuta non affronta solo il trauma del minore, ma anche il peso di un contesto relazionale che può ostacolare il processo di cura (Azócar et al., 2024).
La seconda area critica è quella istituzionale: molti terapeuti riferiscono che lo stress non nasce soltanto dal contenuto traumatico portato in seduta, ma anche dalle condizioni concrete del lavoro, come tempi stretti, richieste amministrative elevate, linee guida rigide, carichi organizzativi gravosi, turn over, scarsità di strumenti e risorse. In questo caso la sofferenza professionale si configura come effetto di cornici istituzionali che possono sostenere oppure logorare il lavoro di cura.
La terza area riguarda il mondo interno del terapeuta: i clinici raccontano preoccupazione, frustrazione, senso di impotenza, dubbi sulla propria adeguatezza e, talvolta, timore di non trovare un linguaggio sufficientemente adatto o un approccio sufficientemente utile. In particolare, con la fascia 3-6 anni, diversi terapeuti riferiscono di sentirsi meno competenti e meno a proprio agio: pesa la difficoltà di muoversi in registri prevalentemente non verbali, di comprendere il linguaggio simbolico del gioco, di tollerare l’imprevedibilità e la spontaneità infantile senza irrigidire la seduta. In alcuni casi compare anche la preoccupazione che affrontare direttamente l’esperienza traumatica possa fare male al bambino o riattivare il dolore in modo non sufficientemente trasformativo. In questi casi il terapeuta, pur sapendo di doversi adattarsi ai tempi, ai linguaggi e alle modalità espressive del bambino, tende talvolta a privilegiare ciò che per l’adulto è più leggibile e controllabile, cioè il canale verbale o compiti più strutturati. La clinica del trauma in età evolutiva richiede invece una competenza diversa: saper riconoscere come significativi anche il gioco, il rifiuto, la discontinuità, l’azione spontanea, i movimenti di avvicinamento e ritiro, quali elementi clinici (Rodríguez et al., 2026).
Nel lavoro EMDR con bambini piccoli, il terapeuta può temere di non leggere bene i segnali del minore o di spingere la rielaborazione oltre la sua finestra di tolleranza. Per questo gioco, comportamenti di evitamento, oscillazioni attentive, movimenti di avvicinamento e ritiro e comunicazioni non verbali vanno letti come materiale clinico centrale. Il timore e la titubanza del clinico aumentano quando le esperienze traumatiche sono cumulative e si accompagnano a difficoltà di regolazione emotiva, aspetti dissociativi e problematiche di attaccamento. In questi casi è necessario integrare l’EMDR con interventi orientati alla regolazione affettiva e al lavoro sul sistema di attaccamento, configurando spesso il trattamento come un processo multimodale (Gomez, 2020). La competenza consiste nel modulare in modo flessibile linguaggio, setting, stimolazione bilaterale e coinvolgimento del caregiver (Baita, 2018)
Emerge, inoltre, come nelle fasi iniziali della terapia tendano a prevalere gli aspetti più complessi e faticosi; nelle fasi successive, diversi terapeuti descrivono una maggiore connessione con gli aspetti gratificanti del lavoro, un apprezzamento più nitido per le risorse e la resilienza dei minori, e una rielaborazione del proprio ruolo, non più schiacciato dall’urgenza ma più aperto all’apprendimento. Questo suggerisce che l’esperienza clinica può trasformarsi se adeguatamente accompagnata (Azócar et al., 2024). Anche nei contesti più strutturati o manualizzati, i terapeuti riferiscono pressione quando percepiscono uno scarto fra protocollo e bisogni del paziente, fra tempi della cura e tempi richiesti dall’istituzione, fra ciò che “si dovrebbe fare” e ciò che sembra clinicamente possibile in quella specifica relazione. Quando però ricevono formazione intensiva, supervisione regolare e supporto tra pari, la pressione tende a diventare più pensabile e il lavoro può essere vissuto anche come occasione di crescita della competenza traumatologica (Marin et al., 2025).
Nel lavoro con l’EMDR, questo aspetto appare particolarmente rilevante. Nelle fasi iniziali il terapeuta è spesso chiamato a calibrare con grande finezza stabilizzazione, alleanza, coinvolgimento dei caregiver, risorse del minore e tolleranza alla rielaborazione, evitando sia accelerazioni premature sia eccessi di prudenza che rischiano di bloccare il processo. Con il procedere della terapia, quando il clinico può affidarsi maggiormente alla risposta del bambino o dell’adolescente, alla rete di supporto e ai segnali di ripresa adattiva, tende a emergere una percezione meno centrata sull’urgenza e più sulla possibilità trasformativa del trattamento. In questo senso, anche in EMDR la fedeltà al modello non coincide con un’applicazione rigida del protocollo: richiede piuttosto una competenza clinica capace di modulare tempi, target e risorse in funzione dello sviluppo e della specifica finestra di tolleranza del paziente (Verardo e Lauretti, 2021). Per questo formazione specialistica, supervisione continuativa e confronto tra pari sono condizioni decisive per rendere pensabile la complessità e trasformare la pressione tecnica ed emotiva in maggiore competenza clinica.
Da questa panoramica emerge un’indicazione semplice ma cruciale: nel trauma in età evolutiva non basta chiedere ai terapeuti di “reggere”. Occorre creare condizioni perché possano lavorare bene. Servono formazione specifica sul trauma e sullo sviluppo, supervisione continuativa, spazi di riflessione clinica, attenzione ai carichi istituzionali, continuità dei percorsi e legittimazione della complessità emotiva del lavoro. Proteggere il terapeuta non è un obiettivo accessorio: è una condizione della cura (Azócar et al., 2024; Marin et al., 2025; Rodríguez et al., 2026).
Bibliografia
- Azócar, E., Gómez, C., Capella, C., Águila, D., & Espeleta, M. (2024). Narratives of personal and professional experiences of psychotherapists working with cases of child and adolescent sexual abuse: A qualitative longitudinal study. Counselling and Psychotherapy Research, 24, 782–792.
- Baita, S. (2018). Puzzles. Una guida introduttiva al trauma e alla dissociazione nell’infanzia. Mimesis.
- Gómez, A. M. (2020). Terapia EMDR: Integrazione degli interventi in età evolutiva Trauma complesso, attaccamento e dissociazione. Mimesis.
- Marin, N., Nöske, F., Beutel, M. E., Hermann, A., Hoyer, J., Knaevelsrud, C., … Steinert, C. (2025). Navigating under pressure: psychotherapists’ experiences in a randomized controlled trial of posttraumatic stress disorder related to childhood maltreatment. Psychotherapy Research, 1–15.
- Rodríguez, L., Ricotti, N., & Arratia, C. (2026). ‘Young children are always the most challenging’: therapists’ narratives of working therapeutically with young children who have experienced sexual abuse. Children and Youth Services Review, 183, 108828.
- Verardo, A. R., & Lauretti, G. (2021). Riparare il trauma infantile: manuale teorico-clinico d’integrazione tra sistemi motivazionali e EMDR. Giovanni Fioriti.