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Adolescenza, tra rischio, esplorazione e affiliazione sociale

Adolescenza, tra rischio, esplorazione e affiliazione sociale

Adolescenza, tra rischio, esplorazione e affiliazione sociale

Riorganizzazione neurobiologica e spinta all’esplorazione

L’adolescenza rappresenta una fase cruciale dello sviluppo, caratterizzata da una profonda riorganizzazione neurobiologica, emotiva e relazionale. A livello cerebrale, la maturazione asincrona delle diverse aree (le regioni frontali e prefrontali sono ancora in via di consolidamento) incide significativamente sul funzionamento psicologico: le funzioni esecutive e i processi di controllo cognitivo sono ancora immaturi e la reattività emotiva è sensibilmente marcata. Come sappiamo, in questa fase di vita il sistema dopaminergico svolge un ruolo centrale: il livello di base della dopamina è relativamente basso, mentre il rilascio in risposta a stimoli nuovi e gratificanti è particolarmente elevato. Questa configurazione aumenta la sensibilità alla ricompensa, la ricerca di sensazioni e la spinta verso l’azione, che si traducono in un aumento dell’impulsività e dei comportamenti a rischio (Siegel, 2019). Tuttavia, la complessità del comportamento adolescenziale non si spiega soltanto a partire dallo squilibrio tra sistemi socio-emotivi e di controllo cognitivo. Sembra infatti che la propensione al rischio rappresenti una risposta selettiva, emergente soprattutto in condizioni di ambiguità e incertezza, quando sono presenti potenziali ricompense ma informazioni poco definite sui loro esiti (França, Pompeia, 2023). Dunque, la maggiore reattività dopaminergica ricoprirebbe un ruolo adattivo, promuovendo l’esplorazione, l’apprendimento dai feedback e l’acquisizione di competenze necessarie per la transizione verso l’autonomia adulta. Così la dopamina sarebbe implicata anche nei processi di apprendimento adattivo, nella presa di decisioni sotto incertezza e nella motivazione a perseguire obiettivi, contribuendo alla maturazione cognitiva e alla regolazione comportamentale. Proprio durante l’adolescenza i ragazzi sono spinti a ridurre progressivamente la dipendenza dalle figure di attaccamento primarie, a costruire una propria identità e a investire nelle relazioni sociali extra-familiari. La spinta all’esplorazione facilita questo processo, pur esponendo a potenziali rischi. 

Il contesto relazionale gioca ovviamente un ruolo determinante nell’orientare gli esiti di tale spinta: la qualità dei legami di attaccamento, l’influenza dei pari e le occasioni offerte dall’ambiente possono trasformare la ricerca di gratificazione in una risorsa evolutiva oppure in una fonte di vulnerabilità. In particolare, l’uso di sostanze e altri comportamenti a rischio possono essere letti come tentativi di regolazione emotiva e relazionale in presenza di difficoltà di integrazione affettiva e di carenze nei contesti di supporto.

Comportamenti a rischio, gruppo sociale e valore personale 

Un recente studio australiano (Wang, Evans e Schweizer, 2025) ha approfondito in modo specifico il ruolo del contesto sociale e della percezione del proprio valore sociale nella modulazione dei comportamenti a rischio in adolescenza. Lo studio ha confrontato la spinta a comportamenti a rischio in contesti sociali e individuali, osservando che gli adolescenti tendono ad assumere più rischi in situazioni sociali rispetto a quelle individuali. Inoltre, questa propensione sembra variare in relazione alla percezione del proprio valore sociale: la percezione di uno scarso senso di valore sociale è associato a un aumento della scelta di rischi sociali. La ricerca di approvazione, status e inclusione nel gruppo può potenziare le scelte rischiose indipendentemente dal livello di controllo cognitivo maturo. Questa evidenza indica che l’assunzione di rischi riflette strategie volte a mantenere o migliorare la propria posizione sociale nell’ambiente relazionale. In altre parole, gli adolescenti tendono a esporsi maggiormente al rischio quando la loro azione è visibile, condivisa o ha conseguenze per il gruppo, rispetto a quando la stessa scelta riguarda esclusivamente se stessi. Quando il proprio senso di valore personale all’interno del gruppo è basso, il comportamento rischioso assume una funzione al servizio del sistema di affiliazione sociale, diventando una possibile via per recuperare posizione, per riscattarsi o per evitare l’esclusione. 

Il significato relazionale dei comportamenti a rischio

Letti all’interno di questa cornice, i comportamenti a rischio smettono di costituire semplici espressioni di impulsività o di scarso controllo cognitivo e assumono il significato di azioni orientate a rispondere a bisogni profondamente relazionali: sentirsi visti, migliorare il proprio status sociale, appartenere, non restare ai margini. 

La ricerca di sensazioni intense o di approvazione, allora, non va letta esclusivamente come il risultato di una corteccia prefrontale immatura o di un eccesso di attivazione dopaminergica. Piuttosto, va compresa come l’esito dell’incontro tra motivazione neurobiologica e valutazione interpersonale. L’attivazione dei circuiti della ricompensa è profondamente sensibile al contesto sociale, al significato relazionale dell’azione e alla percezione di sé in rapporto agli altri.

Implicazioni per il lavoro clinico

Queste evidenze empiriche hanno implicazioni dirette sul lavoro clinico con gli adolescenti, poiché ci invitano a riorientare la concettualizzazione dei comportamenti a rischio verso la loro funzione relazionale e regolativa. In terapia è necessario esplorare sistematicamente i contesti interpersonali in cui il comportamento rischio emerge, la sua funzione e la sofferenza nell’attivazione del sistema di affiliazione a gruppi. Inoltre, è fondamentale indagare la narrazione di sé in termini di valore personale per comprendere quando il comportamento a rischio funge da tentativo di gestione di stati interni legati alla vergogna, alla paura di esclusione o alla perdita di status. 

Quando il valore personale percepito è fragile, magari a seguito di relazioni primarie invalidanti e svalutanti o di un insufficiente rispecchiamento dall’ambiente di sviluppo, il comportamento a rischio può diventare una risposta alla pressione implicita di migliorare la propria immagine di sé. In questi casi, il lavoro terapeutico può orientarsi verso l’esplorazione e la messa in discussione delle credenze interpersonali che organizzano questa pressione, come l’idea di non valere abbastanza, di doversi costantemente adeguare alle aspettative esterne o paragonare agli altri per ricavare il proprio senso di sé. Parallelamente, l’intervento clinico può puntare a rafforzare competenze di appartenenza che non richiedano l’esposizione a condotte pericolose. Ciò include la capacità di negoziare i confini relazionali, una maggiore consapevolezza delle proprie risorse e la possibilità di costruire forme di esposizione meno costose in termini di rischi.

Nel lavoro con l’EMDR, questo si traduce nella selezione ed elaborazione dei target. Memorie di esclusione, rifiuto, umiliazione e svalutazione, incluse le micro-esperienze ripetute di invalidazione o violazione dei propri confini, quando il proprio sentire è stato definito dall’esterno, possono essere oggetto di elaborazione. Accanto al lavoro sul passato, è fondamentale mappare i trigger presenti: situazioni sociali in cui il giudizio dei pari è particolarmente saliente e segnali di possibile esclusione. Infine, è importante lavorare sugli scenari futuri, esplorando alternative di risposta, in cui la spinta al rischio viene riconosciuta come segnale di una minaccia sociale e trasformata in azioni più regolative e meno costose sul piano evolutivo.

Bibliografia

  • França TFA, Pompeia S. Reappraising the role of dopamine in adolescent risk-taking behavior. Neurosci Biobehav Rev. 2023 Apr;147:105085. doi: 10.1016/j.neubiorev.2023.105085. Epub 2023 Feb 10. PMID: 36773751.
  • Siegel, D. J. (2019). La mente adolescente. Raffaello Cortina Editore.
  • Wang, W., Evans, K., & Schweizer, S. (2025). Social and non-social risk-taking in adolescence. Scientific Reports, 15(1), 6880.

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