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Naruto: Cartone Animato Giapponese e Utile Spunto di Lavoro in Psicoterapia

Naruto: Cartone Animato Giapponese e Utile Spunto di Lavoro in Psicoterapia


Nuova rubrica qui su EMDR018: proviamo a capire se e come possiamo utilizzare anime e cartoni animati come strumenti terapeutici quando lavoriamo con bambini e adolescenti.

Il primo anime di cui voglio parlarvi è Naruto, che poi è anche il primo anime con cui io sono venuta in contatto nella mia vita, proprio durante il mio percorso formativo. 

Quando mi stavo specializzando in psicoterapia, infatti, ho deciso di scrivere la tesi raccontando la storia di Luca (nome di fantasia), un ragazzo autistico con un grave ritardo cognitivo, un ritardo nel linguaggio e una diagnosi tardiva, che l’avevano portato a rinchiudersi lentamente nel suo mondo sia metaforicamente che letteralmente. Luca a 17 anni non usciva mai da camera sua, non frequentava la scuola e non voleva interazioni con altre persone. Ciò che mi ha permesso, domiciliare dopo domiciliare, di avvicinarmi a lui è stato proprio Naruto. Grazie a Luca e a Naruto mi sono quindi approcciata al mondo degli anime giapponesi in generale, scoprendolo ricco di spunti per il lavoro terapeutico.

Ma tornando a noi, e volendo raccontarvi meglio di come Naruto sia stato terapeutico per Luca, è doverosa una breve introduzione a questo anime (che nasce, come spesso accade, come manga – cioè come fumetto). Citando Wikipedia, che ha una pagina dedicata a Naruto veramente ben fatta: Naruto Uzumaki è un ninja dodicenne del Villaggio della Foglia con il sogno di diventare hokage, il ninja più importante del villaggio, allo scopo di essere accettato dagli altri. Naruto infatti ha passato l’infanzia nell’emarginazione e, durante lo scontro col ninja traditore Mizuki, ne scopre il motivo: dentro di lui è sigillata la Volpe a Nove Code, uno dei nove cercoteri, giganteschi demoni sovrannaturali. 

Come scrivono Alba Quintavalla e Mauro Di Lorenzo ne “L’esperienza del ritiro e l’immaginario Manga”, Naruto si deve confrontare con diverse difficoltà evolutive: è innanzitutto un adolescente abbandonato da entrambi i genitori (morti alla sua nascita). È quindi in difficoltà nel percorso di individuazione delle figure di riferimento interne, ma soprattutto, dentro di lui, è stato sigillato dai suoi stessi genitori per proteggere il villaggio dalla “volpe a nove code”(figura mitologica giapponese solitamente foriera di distruzione). 

Ed ecco che torniamo a Luca: la mia relazione con lui si è lentamente creata a partire da suo interesse per Naruto, appunto, e per tutto l’universo giapponese. Quando ci siamo incontrati Luca ha iniziato a mostrarmi le sue paginate di idiomi giapponesi scrupolosamente copiate da un libro di grammatica giapponese o dal vocabolario italo-nipponico. Nel mostrarmi il suo lavoro, rapidamente Luca ha iniziato a chiedermi di mettermi anch’io al lavoro producendo come lui paginate di idiomi ripetitivi. Luca mi controllava ogni movimento della penna sul foglio, sottraendomelo bruscamente al minimo errore o imprecisione del tratto per correggerlo e poi chiedermi di rifarlo sulla riga sotto. Ho così accettato, inizialmente, di farmi suo doppio: fare quello che mi chiedeva, fare come lui. Ho accettato di fare i compiti a casa che mi dava tra un appuntamento e l’altro, come per esempio scrivere su un foglio i numeri in giapponese da 1 a 50 o altre serie di idiomi che lui mi diceva. Ho accettato che mi registrasse a un sito internet per guardare gli anime giapponesi e poi dirgli quello che avevo visto a casa. Ho accettato di essere come lui mi voleva. 

Nel guardare gli anime insieme ho notato una progressione: in un primo tempo, Luca mi mostrava scena di combattimento che commentava dicendo: “anch’io sono un guerriero… devo solo rafforzarmi per sviluppare la mia forza”. Io allora gli ripetevo: “è vero anche tu sei un combattente” e lui ne gioiva. In una seconda fase, ha iniziato a mostrarmi scene di morte passando da un anime all’altro, tutti aventi a tema la morte di qualcuno, sia per cause naturali che come conseguenza di un feroce combattimento. Luca ha così messo in serie una concatenazione di costruzioni metonimiche (combattimento – combattimento – combattimento – etc…; morte – morte – morte – etc…), caratterizzate da un godimento distruttivo e dalla suddivisione dei personaggi in “buoni” e “cattivi”: della morte dei “buoni” se ne dispiaceva, di quella dei “cattivi”, invece, ne godeva sottolineandone il carattere di pericolosità (“questo mostro, ti distrugge… se non muore lui, muori tu”). Si potrebbe ipotizzare che questo godimento distruttivo fosse presente in Luca fin dall’inizio, ossia dalle prime sessioni di scrittura giapponese, quale strumento di distruzione della lingua italiana. 

In un terzo tempo, Luca mi ha mostrato la puntata della morte della madre di Naruto per mano della “volpe a nove code”. Per far fronte alle sfide che lo vedono protagonista, Naruto deve lentamente scoprire e imparare a controllare ciò che è stato sigillato all’interno del suo corpo, senza inibirlo, ma anche senza lasciarsi dominare. Naruto e, più in generale i personaggi dei manga, si può dire quindi che costituiscono un doppio per Luca: egli non mi ha mai parlato esplicitamente di sua madre ma, gradualmente, è arrivato a mostrarmi la scena della morte della madre di Naruto. Luca, come molti psicotici, esattamente come spiegato da Maleval, è arrivato a compensare la sua difficoltà fondamentale appoggiandosi a un oggetto, l’oggetto-manga/anime.

Nella storia di Naruto, inoltre, si ritrova in modo esplicito il compito adolescenziale di mentalizzazione del sé corporeo: “Naruto deve, proprio a partire dalla pubertà, costruire mentalmente e poter pensare una nuova immagine di sé che contiene aspetti non conosciuti e imprevedibile, che possono essere percepiti dall’adolescente come paurosi, non controllabili, mostruosi e devastanti, che rimandano alla figura mitologica della volpe a nove code”

Luca si immedesima completamente in Naruto e tenta allora di diventare come lui, anche esercitandosi fisicamente per ottenere la sua forza. Questa elaborazione di un corpo immaginario forte, idealmente simile a quello di Naruto, è diventata, per Luca, un lavoro accanito a cui egli consacra tutte le sue giornate. Ciò ha avuto anche delle conseguenze sull’economia del godimento di Luca, creandogli le condizioni motivazionali che lo hanno portato al ritorno di un minimo legame sociale mediante l’iscrizione in palestra.

Capite bene che se io avessi trascurato questo suo interesse assorbente per il mondo degli anime, magari relegandolo a mero “passatempo da nerd”, avrei perso un’enorme (nonché unica!) occasione per entrare in contatto con Luca. Gli anime e i cartoni animati, al pari di libri e albi illustrati, possono essere validissimi strumenti di lavoro per costruire relazioni e trattare tematiche dolorose e difficili

Voi siete fan di anime e manga o preferite andare sul classico coi cartoni Disney? In quel caso non preoccupatevi, ne avremo anche per voi!

 

 

 

Elvira Ripamonti è Psicologa Psicoterapeuta, Terapeuta EMDR (I e II livello) per adulti, bambini e adolescenti e ha conseguito la certificazione internazionale in Attachment-Focus EMDR (AF-EMDR) con Laura Parnell. Esperta in Psicologia Positiva, Mindfulness e Gestione Emotiva, ha approfondito i temi della Comunicazione Non-Violenta di Marshall Rosenberg e l’approccio evolutivo relazionale di Daniel Siegel. A partire da un interesse personale per la letteratura per l’infanzia, negli anni ha integrato nella sua pratica clinica l’uso di albi illustrati per introdurre argomenti difficili, normalizzare eventi della vita e anche per cercare target da elaborare  con l’EMDR.

Sito web www.elviraripamonti.it
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Instagram: www.instagram.com/psico.elvira.ripamonti

 

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