Minori, psicoterapia e responsabilità clinica: consenso, riservatezza e confini nel lavoro con bambini e adolescenti

Il lavoro clinico con bambini e adolescenti richiede di entrare in uno spazio relazionale complesso, in cui il minore è al centro della presa in carico ma la richiesta, il consenso, le preoccupazioni e le responsabilità arrivano dagli adulti che se ne prendono cura. Inoltre, famiglia, scuola, servizi, autorità giudiziaria, pediatri, neuropsichiatri infantili e altre figure possono essere coinvolti, a vario titolo, nel percorso aumentando il grado di complessità e di delicatezza del lavoro. Il terapeuta è chiamato a tenere insieme dimensioni che possono entrare in tensione tra loro: il diritto del minore a essere ascoltato e protetto, la responsabilità dei genitori, la costruzione dell’alleanza terapeutica, la riservatezza del percorso, gli obblighi deontologici e le eventuali implicazioni giuridiche delle informazioni raccolte.
La cornice deontologica e legale rappresenta una delle condizioni che rendono possibile un setting sicuro, chiaro e sufficientemente affidabile. Stabilire fin dall’inizio ruoli, limiti della riservatezza, modalità di comunicazione con i genitori e criteri di tutela significa proteggere la relazione terapeutica e il percorso.
Consenso informato
Nel lavoro con i minori, il consenso informato non può essere ridotto alla firma di un modulo. Si tratta di un processo relazionale e comunicativo, che richiede chiarezza e attenzione.
In Italia, il Codice Deontologico delle Psicologhe e degli Psicologi, in particolare l’articolo 31, prevede che i trattamenti sanitari rivolti a persone minorenni siano subordinati al consenso informato di chi esercita la responsabilità genitoriale o la tutela, ma specifica anche che la psicologa e lo psicologo devono tenere conto della volontà della persona minorenne in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, nel pieno rispetto della sua dignità (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi [CNOP], 2023). Questo passaggio è clinicamente significativo: anche quando il consenso giuridicamente valido viene espresso dagli adulti, il minore non può essere trattato come un soggetto passivo. Deve poter comprendere, per quanto possibile, perché viene proposto un percorso, che cosa accadrà negli incontri, quali informazioni potranno essere condivise e quali limiti avrà la riservatezza.
Riservatezza: una condizione clinica per la sicurezza
La riservatezza è una condizione della possibilità stessa del lavoro clinico: un bambino o un adolescente che percepisce la stanza di terapia come uno spazio attraversato dallo sguardo degli adulti potrebbe sentirsi condizionato nell’esplorare vissuti di vergogna, paura, rabbia, vulnerabilità, conflitto. La riservatezza, in questo senso, delimita un territorio psichico e relazionale: non separa il minore dagli adulti, ma gli offre un confine entro cui poter pensare, nominare e mettere alla prova parti di sé ancora fragili o conflittuali.
Uno studio recente (Kafka et al., 2024), condotto con pazienti pediatrici tra 7 e 15 anni, aiuta a cogliere un punto clinicamente essenziale: per bambini e adolescenti la riservatezza è proprio un indicatore concreto di affidabilità della relazione. Emerge infatti che i minori non si chiedono soltanto “che cosa il terapeuta può dire ai genitori?”, ma anche “posso fidarmi di questo adulto?”, “so davvero che cosa verrà condiviso?”, “ho voce in capitolo su ciò che mi riguarda?”. La confidenzialità, quindi, diventa una condizione relazionale che permette al minore di sentirsi rispettato, meno esposto e più partecipe del percorso. È dentro questa prevedibilità che il terapeuta può assumere una funzione di base sicura: non perché garantisca assenza di rischio o di limite, ma perché rende il limite comprensibile, non arbitrario e orientato alla protezione.
Il dato più interessante è che i minori sembrano tollerare meglio i limiti della riservatezza quando questi vengono spiegati in modo chiaro, trasparente e ripreso nel tempo. Gli autori sottolineano infatti che non basta una spiegazione iniziale, data una volta per tutte all’avvio del trattamento: la comprensione della riservatezza e delle sue eccezioni richiede conversazioni ricorrenti, proporzionate all’età e al livello di sviluppo. In questa prospettiva, la domanda clinica non è solo “che cosa devo comunicare ai genitori?”, ma “come posso costruire un patto sufficientemente chiaro perché il minore sappia di essere ascoltato, rispettato e, quando necessario, protetto?”. La riservatezza, infatti, non può essere promessa come assoluta; può però essere resa comprensibile, prevedibile e non arbitraria.
Thannhauser et al. (2022) mostrano che, nel lavoro terapeutico con i giovani, la riservatezza è tanto necessaria quanto delicata. È ciò che permette al minore di fidarsi, ma è anche ciò che entra in tensione quando emergono comportamenti a rischio, possibilità di danno per sé o per altri, o situazioni che richiedono una valutazione di tutela. La review evidenzia proprio questa zona critica: i professionisti non decidono sempre nello stesso modo quando devono stabilire se mantenere la confidenzialità o condividere informazioni rilevanti per proteggere il minore o altre persone.
Anche il Codice Deontologico italiano lavora su questo crinale. Il segreto professionale è un dovere fondamentale, ma non è una formula cieca: l’articolo 11 tutela la riservatezza, mentre l’articolo 13 prevede che, nei casi di referto, denuncia o gravi pericoli per la vita o la salute psicofisica, l’eventuale comunicazione sia valutata con attenzione e limitata allo stretto necessario (CNOP, 2023). Per il clinico, il punto è rendere questo patto chiaro fin dall’inizio: la seduta è uno spazio protetto, ma non irresponsabile. Se emergono condizioni di rischio, la tutela del minore può richiedere comunicazioni proporzionate, esplicite e clinicamente motivate.
Come coinvolgere i genitori senza compromettere la riservatezza del minore?
Un altro nodo centrale riguarda il ruolo dei genitori. Nel lavoro con i minori, gli adulti non possono essere semplicemente esclusi: spesso sono parte essenziale del percorso, sia perché sostengono concretamente la cura, sia perché il funzionamento del minore è profondamente intrecciato con il contesto familiare. La meta-analisi di Pine et al. (2024) aiuta a evitare una semplificazione frequente: proteggere la riservatezza dell’adolescente non significa lavorare “contro” o “senza” i genitori. Al contrario, quando ben costruito, il coinvolgimento genitoriale può aumentare l’efficacia degli interventi psicologici con adolescenti. Il vantaggio rilevato dagli autori è complessivamente piccolo, ma significativo, e appare particolarmente rilevante nei quadri esternalizzanti, dove il lavoro sul contesto familiare, sulle regole, sulla comunicazione e sulla regolazione delle interazioni può diventare parte decisiva del trattamento (Pine et al., 2024).
Questo dato è utile perché evita una falsa contrapposizione: non si tratta di difendere la riservatezza del minore “contro” i genitori. Piuttosto, si tratta di definire come coinvolgere i genitori in modo clinicamente appropriato, senza trasformare il terapeuta in un informatore degli adulti. Da questa prospettiva, il lavoro clinico consiste anche nel regolare i confini tra protezione e controllo, tra presenza adulta e invasione, tra bisogno di autonomia del minore e necessità di una rete sufficientemente responsiva.
L’adolescenza è una fase nella quale il ruolo dei genitori cambia: aumenta la ricerca di autonomia, crescono le relazioni con i pari e i genitori devono rinegoziare il bilanciamento tra supervisione, sostegno e rispetto dell’indipendenza del figlio. Per questo, la comunicazione con i genitori va pensata con cura: è diverso offrire restituzioni sul funzionamento generale, sui bisogni evolutivi, sugli obiettivi terapeutici e sulle aree di attenzione, rispetto a riportare contenuti confidenziali della seduta.
Nel setting clinico, questa distinzione è cruciale. I genitori hanno bisogno di essere orientati, sostenuti e coinvolti; il minore ha bisogno di sapere che la sua parola non verrà automaticamente trasferita agli adulti. La buona prassi sta nel costruire un patto triangolare: uno spazio per il minore, uno spazio di lavoro con i genitori, e regole condivise su che cosa può essere comunicato, quando, come e con quale finalità.
Le insidie più frequenti
Le principali insidie nel lavoro clinico con i minori nascono spesso da ambiguità iniziali. Una prima criticità consiste nel non chiarire abbastanza il rapporto tra consenso genitoriale e riservatezza del minore. Il fatto che i genitori autorizzino la prestazione non implica automaticamente il diritto a conoscere ogni contenuto emerso in seduta. Quando questo confine resta implicito, il setting può diventare terreno di equivoci: il minore può sentirsi sorvegliato, i genitori possono sentirsi esclusi, il terapeuta può essere trascinato in una posizione di mediazione impropria.
Una seconda insidia riguarda la promessa di una segretezza assoluta. Per proteggere l’alleanza, il terapeuta può essere tentato di rassicurare il minore dicendo che nulla verrà comunicato. Tuttavia, questa promessa, se formulata in modo assoluto, è clinicamente e deontologicamente rischiosa. La riservatezza va invece presentata come uno spazio protetto, con limiti chiari legati alla tutela.
Una terza area critica riguarda le comunicazioni informali: messaggi, telefonate, richieste urgenti, comunicazioni con un solo genitore, soprattutto in situazioni di separazione conflittuale. In questi casi, l’assenza di una cornice esplicita può esporre il clinico a pressioni, triangolazioni e fraintendimenti. L’articolo 32 del Codice Deontologico ricorda che, quando la prestazione è richiesta da un committente diverso dal destinatario, lo psicologo è tenuto a chiarire con le parti la natura e le finalità dell’intervento (CNOP, 2023).
Una quarta insidia riguarda la gestione del rischio. Tra i professionisti esiste variabilità nei criteri utilizzati per decidere quando derogare alla confidenzialità. La review di Thannhauser et al. (2022) mostra che, di fronte ai comportamenti a rischio degli adolescenti, i professionisti non valutano solo “che cosa è accaduto”, ma anche quanto il comportamento sia grave, quanto si ripeta, da quanto tempo persista, quale danno possa produrre e per chi. In alcuni studi, infatti, intensità, frequenza e durata del comportamento a rischio risultano elementi importanti nel decidere se mantenere la confidenzialità o condividere informazioni necessarie alla tutela (Thannhauser et al., 2022). Proprio perché queste decisioni non sono automatiche, ma richiedono di bilanciare riservatezza, sicurezza e alleanza terapeutica, la review evidenzia il bisogno di formazione specifica, supervisione e procedure che aiutino il professionista a motivare e documentare le proprie scelte.
Bibliografia
- Thannhauser, R. E., Morris, Z. A., & Gamble, N. (2022). Informed consent, confidentiality, and practitioner disclosure in therapeutic work with youth: A systematic review of practitioners’ perspectives. Adolescent Research Review, 7, 355–382. https://doi.org/10.1007/s40894-021-00173-2
- Kafka, J. X., Kothgassner, O. D., & Felnhofer, A. (2024). A Matter of Trust: Confidentiality in Therapeutic Relationships during Psychological and Medical Treatment in Children and Adolescents with Mental Disorders. Journal of Clinical Medicine, 13(6), 1752. https://doi.org/10.3390/jcm13061752
- Pine, A. E., Baumann, M. G., Modugno, G., & Compas, B. E. (2024). Parental Involvement in Adolescent Psychological Interventions: A Meta-analysis. Clinical Child and Family Psychology Review, 27, 1–20. https://doi.org/10.1007/s10567-024-00481-8
- Consiglio Nazionale Ordine Psicologi. (2023). Codice deontologico delle psicologhe e degli psicologi italiani. https://www.psy.it