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La dissociazione in età evolutiva: due prospettive a confronto

La dissociazione in età evolutiva -

La dissociazione in età evolutiva: due prospettive a confronto

La dissociazione in età evolutiva è un fenomeno complesso che si radica nello sviluppo delle relazioni di attaccamento, si organizza in specifiche configurazioni neurobiologiche e assume significati clinici diversi a seconda del contesto di sicurezza del bambino. Comprenderla richiede uno sguardo multilivello, capace di tenere insieme sviluppo, relazione e cervello. Esploriamo la prospettiva di due autori che ne hanno offerto letture complementari: Sandra Baita e Giovanni Liotti.

La prospettiva di Sandra Baita 

Per Sandra Baita (2018) comprendere la dissociazione infantile richiede di considerare come essa si organizza nello sviluppo e quali condizioni ne sostengano la persistenza. Secondo la Teoria della Dissociazione Strutturale della Personalità (TDSP), la personalità è composta da sistemi psicobiologici orientati all’azione (vita quotidiana, attaccamento, esplorazione, difesa) che in condizioni sufficientemente sicure restano coordinati tra loro. Quando compare una minaccia, il sistema difensivo prende temporaneamente il sopravvento per poi, cessato il pericolo, lasciare nuovamente spazio alla vita ordinaria. Quando il pericolo è intenso, prolungato o si presenta in fasi precoci dello sviluppo, in cui le funzioni integrative sono ancora immature, può verificarsi una mancata integrazione stabile tra sistemi d’azione, con una loro relativa compartimentazione. Una Parte Apparentemente Normale della Personalità (ANP) tenta di portare avanti le attività quotidiane evitando il materiale traumatico, e una o più Parti Emotive (EP) restano ancorate all’esperienza traumatica e alle risposte difensive attivate in quel contesto. In età evolutiva, la fenomenologia clinica della dissociazione differisce da quella adulta: le barriere tra le parti possono essere meno rigidamente strutturate e fantasia e gioco possono intrecciarsi con fenomeni dissociativi. Nel corso dello sviluppo, se le condizioni traumatiche persistono o non vengono adeguatamente affrontate, tali configurazioni possono progressivamente organizzarsi in forme più stabili e strutturate.

Sandra Baita richiama inoltre l’attenzione sul ruolo del ritiro emotivo, della mancata responsività ai segnali di attaccamento, delle inversioni di ruolo e trascuratezza cronica da parte delle figure di attaccamento in età precoce del bambino. Queste condizioni, meno visibili sul piano diagnostico, hanno un impatto significativo nello sviluppo della sintomatologia dissociativa.

Un aspetto clinicamente decisivo riguarda la sicurezza ambientale. Se il bambino continua a essere esposto, direttamente o indirettamente, alla fonte traumatica, l’esperienza non appartiene al passato ma resta parte del presente (Baita, 2020). In tali condizioni, la dissociazione mantiene una funzione orientata alla sopravvivenza nel contesto non sicuro: consente di limitare l’impatto di esperienze intollerabili e di preservare una stabilità minima. Intervenire sul materiale traumatico senza che la sicurezza reale sia garantita può risultare destabilizzante; il primo compito clinico diventa quindi verificare e assicurare condizioni ambientali di protezione. 

Nel lavoro con bambini traumatizzati, Sandra Baita evidenzia il ruolo della vergogna e della colpa come possibili nuclei organizzatori dell’esperienza di sé. Il bambino può interiorizzare la responsabilità del trauma, costruendo un senso di sé come difettoso o colpevole; la dissociazione può allora contribuire a mantenere separate parti dell’esperienza cariche di vergogna e paura (Moreno e Baita, 2025). 

La prospettiva di Giovanni Liotti

Secondo Liotti (2006; 2011; 2017), la dissociazione non è concepita come una difesa primaria contro il dolore mentale, ma come il risultato di un fallimento dei processi integrativi che normalmente costruiscono un senso unitario di sé durante il primo anno di vita.

La dissociazione viene letta nell’ambito dell’attaccamento disorganizzato, in particolare nei contesti di trauma relazionale precoce, quali maltrattamento, abuso, trascuratezza grave o presenza di un caregiver spaventato/spaventante e non risolto rispetto ai propri traumi. In tali condizioni si configura la situazione definita fright without solution: il bambino, attivato dal bisogno di protezione o dalla paura, si rivolge alla figura di attaccamento proprio quando essa rappresenta la fonte della minaccia.

Si determina così una co-attivazione conflittuale tra sistema di attaccamento (ricerca di prossimità) e sistema di difesa della sopravvivenza (risposte di fight, flight, freeze, faint), che non può essere risolta attraverso strategie organizzate. Poiché nei primi mesi di vita i processi integrativi della coscienza e della rappresentazione del sé sono ancora in fase di costruzione, questa co-attivazione incompatibile può eccedere le capacità integrative disponibili e tradursi in una frammentazione dell’esperienza soggettiva. La dissociazione, in questa prospettiva, è caratterizzata da due aspetti fondamentali: una qualità alterata dell’esperienza cosciente, assimilabile a uno stato di confusione o trance; la presenza simultanea di rappresentazioni multiple e reciprocamente incompatibili di sé e della figura di attaccamento. Il bambino può rappresentare l’altro come persecutore e come salvatore, e contemporaneamente rappresentare sé stesso come vittima, come colpevole o come possibile salvatore dell’adulto. Queste rappresentazioni non sono integrate in una struttura coerente, ma restano disaggregate all’interno dei modelli operativi interni dell’attaccamento. Un punto centrale del modello è la distinzione tra strategie controllanti e processi dissociativi. Le strategie controllanti che possono emergere nello sviluppo (controllante-punitiva o controllante-accudente) sono modalità relazionali relativamente organizzate che servono a mantenere la relazione con il caregiver e a ridurre la disorganizzazione legata all’attivazione dell’attaccamento in un contesto minaccioso. In questa prospettiva, tali strategie funzionano come un tentativo di evitare che l’attaccamento si attivi in modo pieno e disorganizzante: stabilizzano l’interazione “a costo” di inibire o deviare i bisogni di attaccamento.

I fenomeni dissociativi diventano più probabili quando queste strategie non reggono, per esempio in condizioni che riattivano potentemente l’attaccamento (separazioni, perdite, nuove relazioni significative) o che invalidano l’efficacia del controllo. In quei momenti, riemerge la frammentazione dei modelli operativi interni e si osserva la compromissione dell’integrazione della coscienza. Secondo questa prospettiva, quindi, la dissociazione è un processo primariamente intersoggettivo, che si configura nell’ambito di interazioni di attaccamento disorganizzate. Essa riflette il fallimento dei processi integrativi che, nel primo anno di vita, conducono alla costruzione di una rappresentazione unitaria di sé e dell’altro. Solo in fasi successive dello sviluppo gli stati dissociativi possono essere riutilizzati in modo secondario come modalità di evitamento dell’esperienza dolorosa. Da un punto di vista clinico, questo implica che i sintomi dissociativi tendono a emergere nei contesti in cui si riattivano bisogni di attaccamento o si invalidano le strategie relazionali difensive costruite nel tempo. La dissociazione segnala il riemergere di un conflitto motivazionale non integrato, radicato nelle prime relazioni.

Baita e Liotti: due letture complementari della dissociazione

Le due prospettive appena descritte non sono sovrapponibili, ma operano su livelli differenti e complementari. Liotti sviluppa un modello evolutivo fondato sull’attaccamento: la dissociazione viene letta come esito della disorganizzazione precoce dell’attaccamento e del conflitto tra sistemi motivazionali incompatibili. Il focus è sulla genesi strutturale e sullo sviluppo interno della mente. Baita adotta una prospettiva clinico-relazionale: la dissociazione è considerata soprattutto come adattamento funzionale in relazione alla sicurezza esterna, in particolare nei contesti di trauma in atto o minaccia persistente. Il focus è sulla funzione nel qui-e-ora e sulle condizioni ambientali concrete.

Possiamo dunque chiederci: la dissociazione è una difesa o un esito costoso?

Per Baita la dissociazione è una soluzione adattiva di sopravvivenza. È funzionale quando il pericolo è reale o percepito come tale e l’ambiente non garantisce sicurezza. Finché la minaccia persiste, la dissociazione mantiene una funzione protettiva legittima. Per Liotti la dissociazione non è la difesa primaria, ma l’esito di un conflitto insolubile tra sistemi motivazionali (attaccamento vs difesa). Le strategie controllanti difendono dalla disorganizzazione; la dissociazione emerge quando esse falliscono. Nel lungo periodo, la dissociazione mantiene la frammentazione, ostacola l’integrazione, diventa fattore di vulnerabilità. Qui la dissociazione è una soluzione di emergenza costosa, non una meta adattiva.

In sintesi, secondo una lettura evoluzionista-motivazionale, la dissociazione può essere intesa come una soluzione estrema di sopravvivenza, quando sistemi di difesa, confini e territorialità non sono sufficienti. Nel breve termine protegge dall’iperattivazione e dall’esposizione insostenibile. Se però si stabilizza nel tempo, interferisce con i processi integrativi che consentono la costruzione di una rappresentazione unitaria del sé, mantenendo attive configurazioni relazionali reciprocamente incompatibili.


Bibliografia

  • Baita, S. (2018). Puzzles. Una guida introduttiva al trauma e alla dissociazione nell’infanzia. Mimesis Edizioni.
  • Baita, S. (2020). Environmental safety: The starting point in the treatment of children with dissociation. Frontiers in the Psychotherapy of Trauma and Dissociation, 4(1), 93-104.
  • Liotti, G. (2006). A model of dissociation based on attachment theory and research. Journal of Trauma & Dissociation, 7(4), 55-73. 
  • Liotti, G. (2017). Conflicts between motivational systems related to attachment trauma: Key to understanding the intra-family relationship between abused children and their caregivers. Journal of Trauma & Dissociation, 18(3), 304-318. 
  • Liotti, G., & Farina, B. (2011). Sviluppi Traumatici: Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Milano: Raffaello Cortina.
  • Moreno, P., & Baita, S. (2025). Shame and guilt. In Gomez, A. M., & Hosey, J. (Eds.). The handbook of complex trauma and dissociation in children: Theory, research, and clinical applications. Taylor & Francis.

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