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Il trauma transgnerazionale

Il trauma transgnerazionale

Il trauma transgnerazionale

Dall’eredità muta alla costruzione di una storia narrabile

Il trauma transgenerazionale viene definito in letteratura come il trasferimento degli effetti del trauma da una generazione alle generazioni successive con la possibilità che gli effetti delle esperienze continuino a organizzare, nelle generazioni successive, aspetti del funzionamento emotivo, relazionale e identitario degli individui. Questo concetto è vicino, ma non sovrapponibile, ad altri termini spesso usati in modo intercambiabile: il trauma intergenerazionale, che riguarda più specificamente la trasmissione dal genitore alla generazione immediatamente successiva, e il trauma storico, che si riferisce a esperienze collettive di danno intenzionale rivolte a un gruppo.

La trasmissione tra le generazioni non avviene necessariamente attraverso un racconto esplicito, ma soprattutto attraverso i non-detti, i segreti familiari, il silenzio, modalità relazionali rigide, le paure e le tensioni non spiegate, l’iperprotezione, l’evitamento, i frammenti di memoria che restano presenti nella vita familiare senza essere espressi in parole. In questi casi, le generazioni successive possono trovarsi a convivere con gli effetti del trauma senza possedere una cornice narrativa sufficiente per identificarne la presenza e comprenderli.

Questa prospettiva ha orientato gran parte della letteratura sul trauma transgenerazionale verso lo studio degli esiti di vulnerabilità: sintomi post-traumatici, disregolazione emotiva, difficoltà relazionali, compromissioni nei processi di attaccamento e ricadute sul funzionamento individuale e familiare. Tuttavia, negli ultimi anni si è progressivamente affermata l’esigenza di integrare questa lettura con un’attenzione più specifica ai fattori che possono interrompere, modulare o trasformare la trasmissione del trauma. Studiare il trauma transgenerazionale, infatti, non significa soltanto chiedersi che cosa venga trasmesso come ferita, ma anche quali risorse possano essere costruite o riattivate nelle generazioni successive.

A questo proposito, Salters e colleghi, in una recentissima scoping review del 2026, hanno analizzato 40 studi empirici con l’obiettivo di individuare fattori protettivi condivisi in figli e discendenti di persone esposte a differenti eventi traumatici. I fattori emersi sono stati organizzati secondo quattro domini: risorse regolative, cioè capacità di modulare emozioni, comportamenti e risposte allo stress; risorse interpersonali, relative alla qualità dei legami, del supporto sociale e delle relazioni familiari e comunitarie; risorse di costruzione di significato, che riguardano identità, appartenenza culturale, memoria, spiritualità e orientamento al futuro; e risorse ambientali, intese come condizioni materiali, territoriali e comunitarie che sostengono il benessere.

Tra questi domini, il meaning-making, cioè la costruzione di significato, è particolarmente rilevante quando si parla di memoria, storia familiare e narrazione. Nella review, i fattori legati al significato comprendono la possibilità di dare senso alla storia, la connessione con la propria identità culturale, le pratiche spirituali, religiose o collettive, l’orientamento al futuro e la cura familiare. Tali fattori consentono di collocare il passato all’interno di una trama comprensibile, capace di restituire coerenza e continuità al Sè. 

Del resto, la mente umana tende a ordinare l’esperienza, a collegare ciò che accade, a cercare nessi tra passato, presente e futuro, necessitando biologicamente di costruire e cogliere per rendere elaborabile la realtà. Quando un’esperienza traumatica resta priva di parole, può continuare a esistere come presenza implicita, orientando emozioni e relazioni. Quando invece trova una forma narrabile, può essere riconosciuta, contestualizzata e distinta dal presente.

Diversi studi mostrano, infatti, come conoscere la propria storia possa contribuire alla costruzione di una narrazione più speranzosa di sé e possa sostenere i processi di guarigione dagli effetti del trauma. In questa prospettiva, la memoria non è soltanto conservazione del passato. È un processo dinamico, relazionale e vivo: permette di dare continuità all’identità, di riconoscere ciò che è accaduto e, allo stesso tempo, di non ridurre la storia familiare o collettiva alla sola ferita. 

Altri studi inclusi nella review indicano che la comunicazione familiare sul trauma può assumere una funzione protettiva quando non si limita a evocare il dolore, ma offre ai figli elementi comprensibili per collocarlo: fatti, spiegazioni, nessi temporali e significati. In queste condizioni, parlare delle esperienze traumatiche delle generazioni precedenti risulta associato a relazioni familiari più solide, maggiore empatia e minori sintomi post-traumatici. In modo convergente, le narrazioni familiari che non riducono la storia alla ferita, ma la collocano anche dentro cornici di resistenza, continuità e superamento, sembrano aiutare i discendenti a integrare il passato senza esserne definiti in modo totalizzante.

È bene sottolineare, tuttavia, che la narrazione protegge solo quando è sostenibile, adeguata all’età, emotivamente contenuta e inserita dentro una relazione capace di offrire sicurezza. Per un bambino o un adolescente, conoscere qualcosa della storia familiare può essere protettivo se permette di comprendere meglio ciò che accade intorno a lui, senza esserne travolto e senza sentirsi responsabile di un dolore che appartiene alle generazioni precedenti.

In questo senso, il contrario della narrazione non è semplicemente il silenzio, ma l’assenza di una cornice di significato. Un trauma non raccontato può restare attivo come enigma emotivo: il bambino percepisce tensioni, paure o rotture, ma non dispone di strumenti per comprenderle. Una comunicazione familiare chiara, prudente e contenitiva può invece aiutare a distinguere il passato dal presente, la memoria dalla minaccia attuale, la sofferenza ricevuta dalla possibilità di trasformarla.

Il contributo più interessante della review è proprio questo: la resilienza nel trauma transgenerazionale è presentata come un insieme di risorse che si costruiscono nelle relazioni, nelle culture, nei luoghi, nelle comunità e nelle storie condivise. Il significato nasce dentro legami che permettono di dire: “questo è accaduto”, “ha prodotto dolore”, “ha segnato la nostra storia”, ma anche “non esaurisce ciò che siamo”.

Per la clinica dell’età evolutiva, questa prospettiva è particolarmente importante. I bambini e gli adolescenti non hanno bisogno di ricevere tutto il peso della storia familiare, ma hanno bisogno che quella storia non resti completamente muta. Hanno bisogno di adulti capaci di trasformare il passato in un racconto pensabile, non in un’eredità muta. Parlare di fattori protettivi significa allora chiedersi quali parole, legami, appartenenze e significati possano aiutare le nuove generazioni a non restare sole davanti a ciò che non hanno vissuto direttamente, ma che continua a muoversi nella loro vita familiare.

Bibliografia

  • Salters, M. M., Colón, L., Ishiekwene, M. N., & Shockley McCarthy, K. (2026). Resilience in the context of transgenerational trauma: A scoping review. Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy.

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